Brenda Bailey-Hughes (Faculty, Indiana University) e Tatiana Kolovou (Senior Lecturer, Business Communication) due docenti di comunicazione di fama internazionale, hanno sottolineato che la più importante dote di un buon comunicatore, non è l’abilità di parlare o scrivere ma quella di saper ascoltare.

Secondo le loro ricerche chi sa ascoltare:

  • E’ uno studente migliore
  • Lavora meglio in gruppo
  • Possiede il prerequisito di base per migliorare e progredire

In che cosa consiste l’ascolto?

Esiste una differenza cruciale tra udire e ascoltare, al punto che i due verbi rappresentano uno dei rari casi dove anche in italiano si manifesta un valore aspettuale, tipico invece del greco antico.

In genere non diciamo “ho ascoltato squillare il telefono” ma “sentito” ; non diciamo “ho sentito tutto il giorno Horowitz e Benedetti Michelangeli” ma “ho ascoltato”.

Sentire significa percepire un evento sonoro in modo passivo e senza sforzo; ascoltare, al contrario, vuol dire prestare attenzione all’evento, impegnandosi per tutto il tempo necessario, per decidere di seguito se accettare o rifiutare il messaggio trasmesso.

Se l’ascolto è indissolubilmente legato alla capacità di prestare attenzione e concentrarsi, diventa quindi evidente l’esito degli studi delle due ricercatrici citate all’inizio: come è possibile infatti lavorare in un gruppo se non si presta attenzione all’altro? E come si può progredire e migliorare se non si presta attenzione a se stessi?

Da un punto di vista neurologico quando ci concentriamo su qualcosa, significa che l’ippocampo viene attivato; dalla qualità e dal controllo che noi esercitiamo su questa attivazione dipende fortemente la qualità del nostro apprendimento.

Tutti sappiano che il limite di attenzione è di venti o trenta minuti e molti studi hanno provato che, se si ignora questo principio, la ritenzione dell’argomento studiato, nel lungo periodo, viene seriamente compromessa. Passare la notte tra libri e tazze di caffè, può aiutare a superare un esame la mattina successiva ma è stato provato da numerose ricerche di università statunitensi, che se l’esame venisse ripetuto a qualche settimana di distanza lo studente insonne riuscirebbe a rispondere correttamente al 60% di domande in meno.

Sull’idea di raggiungere prestazioni ottimali suddividendo, cronometro alla mano, la concentrazione in tranche di lavoro di venti minuti, negli Stati Uniti è diventato estremamente popolare un metodo di studio chiamato Pomodoro Technique (Pomodoro, in italiano perché ideato dall’italo-americano Francesco Cirillo), che si è rivelato straordinariamente efficace.

Ma qual è la causa di questo tetto di venti minuti? Semplicemente è una conseguenza del limite fisiologico dell’ippocampo, il nostro direttore dell’attenzione, che dopo venti minuti di concentrazione continua su una attività si disattiva indipendentemente dalla nostra volontà.

Quello su cui si riflette poco è però un altro fattore: ovvero che questi venti o trenta minuti sono realistici solo per soggetti particolarmente prestanti e che hanno spesso sviluppato questa resilienza in anni di disciplina.

La realtà contemporanea è talmente piena di stimolazioni che divergono la nostra attenzione, che la capacità di concentrarsi è ormai diventata sempre più debole.

La nostra soluzione

Fortunatamente potenziare e ottimizzare l’attivazione/disattivazione e resilienza dell’ippocampo è possibile, tramite un allenamento che usa i suoni e l’udito come via di accesso al cervello.

Sfruttando il fatto che il nostro cervello risponde con un riflesso incondizionato alle variazioni improvvise di un pattern, attivando il circuito amigdala-ippocampo-corteccia e che l’udito è uno dei canali privilegiati di questo meccanismo, possiamo usare delle “interferenze” applicate al segnale sonoro ascoltato, che fungano da esca sonora per il cervello.

Tramite l’ascolto di musica che applica dei cambi di equalizzazione non prevedibili si riesce ad allenare a ottimizzare il circuito amigdala-ippocampo-corteccia, che è alla base della maggioranza delle attività umane.

Ascoltare significa infine anche cogliere i cambiamenti nell’ambiente in cui viviamo ed essere capaci di adattarvisi. Quando ascoltiamo in modo ottimale – ovvero quando captiamo meglio le informazioni che provengono dall’ambiente circostante e da noi stessi, il nostro livello di stress negativo si riduce.

Le recenti ricerche delle neuroscienze spiegano che il nostro sistema di percezione sensoriale è disegnato per essere ridondante perché il nostro cervello colga meglio i cambiamenti nell’ambiente al fine di poter fare corrette previsioni sulla realtà. Grazie al training che proponiamo il soggetto si sente più in controllo poiché, captando in modo più corretto la realtà, l’ansia diminuisce.

Il ridotto livello di stress unito alla capacità di cogliere meglio la realtà porta a un apprendimento più efficace e duraturo rendendo questo tipo di attività come il prerequisito ideale per sfruttare al massimo le potenzialità di ognuno.

L’importanza dell’ascolto è altresì cruciale per l’apprendimento delle regole. L’etimologia di obbedire è “udire di fronte” – ovvero ascoltare.

Obbedire implica prima di tutto l’abilità di comprendere le regole ed essere in grado di seguirle, e tale abilità è alla base della creatività. Infatti niente blocca l’ingegno come un foglio bianco e l’assenza di un modello da seguire. Notiamo che essere in grado di seguirle non significa automaticamente che verranno seguite. La vera innovazione spesso è quella che cambia la regola ma proprio perché l’ha ben compresa e assimilata. È molto improbabile innovare senza una profonda conoscenza di ciò che già c’è.

Inoltre, allenando l’orecchio a diventare più raffinato nella discriminazione delle frequenze sonore, si facilita enormemente l’apprendimento di qualunque lingua straniera. L’idea infatti che un bambino possa automaticamente apprendere una lingua straniera semplicemente grazie a una esposizione costante a un insegnante di madrelingua è solo parzialmente corretta – specie se il discente vive per la maggior parte del tempo in un contesto dove altra è la lingua dominante.

Perché l’apprendimento di una lingua L2 si radichi nel discente è necessario agire anche in modo specifico nell’integrazione del ritmo e della prosodia della medesima – cose che possono essere raggiunte naturalmente e senza sforzo dal nostro programma.

Va poi da sé che questo allenamento sia ideale anche come vera propedeutica all’educazione musicale.

Questo tipo di ottimizzazione non ha limiti di età (dai 5 ai 99 anni) ed è particolarmente indicato nell’età prescolare e scolare (dalla scuola materna all’università) e in genere a tutte le persone che svolgono attività di concentrazione e creative.

Il training dell’attenzione

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